Qualsiasi cosa faccia Kusturica, crea delle aspettativa altissime. E non solo dal punto di vista della regia, ma da tutti i punti di vista. In fondo, Kusturica non è un regista: è uno che racconta storie. E questa deve essere la sua storia più interessante, visto che nei prossimi giorni potremo leggere la sua autobiografia “Dove sono in questa storia”. Sarà a presentarla lui stesso in Italia, dal 31 marzo al 3 aprile, passando dalle Feltrinelli di Verona, Milano e Roma. Basta il titolo per capire cosa ci racconterà. La sua storia, certo, ma come? In soggettiva, sicuramente.

Il libro è diviso in 3 parti: la prima coinvolge la Sarajevo degli anni 60, con la madre, il padre e il vicinato misto la fanno da padroni, in un mondo dominato da Tito e dalle fedi religiose che, ancora, non dividono le etnie. Gli occhi del piccolo Emir vedono tutto e tutto mischiano, Chaplin, il Titanic, il primo uomo sulla luna. Sono pagine in cui il bambino è in bilico tra il ricordo e la realtà, dove tutto diventa felliniano e poetico.

Nella seconda parte, il regista racconta le passioni giovanili, di chi crede che il mondo possa cambiare grazie ad una telecamera. Ma dietro le cose luminose c’è sempre un angolo buio, l’alcol e l’ecstasy sono buchi neri che risucchiano l’umore. Solo il richiamo a Delitto e castigo di Dostoevskij più rappresentare l’elemento cui attribuire la propria redenzione.

E infine l’ultima parte, quella in cui il regista prende coscienza di cià che gli sta attorno e, amramente, tutto diventa grigio, dove la vita privata si mischia con gli avvenimenti politici, con la guerra, fino alla Palma d’Oro ricevuta a Cannes per il film Underground.