Hai paura del buio è il primo film di fiction di Massimo Coppola, autore noto al grande pubblico per le sue trasmissioni televisive e già dal 2002 regista di talento di documentari.
Il film ci racconta di Anna e Eva, una ragazza rumena e un’italiana, molto dissimili da quelle che ci vengono presentate solitamente dalle immagini mediatiche e con molti punti in comune.

Eva infatti viene da Bucarest, dove è appena stata licenziata dalla fabbrica dove lavorava e arriva in Italia in cerca di qualcosa di differente rispetto a tutti i suoi conterranei. Va a Melfi e incontra Anna che lavora allo stabilimento Fiat. Da Bucarest all’Italia e tra le vite di queste due ragazze si nota fin dalla prima sequenza una notevole vicinanza: il film inizia con immagini di fabbrica (un carrello dall’alto che sfrutta un carroponte del capannone industriale) e lo spettatore pensa di trovarsi in uno stabilimento italiano e invece siamo in Romania.

Anna aiuta Eva, ma tra le due ragazze non nasce una scontata amicizia o una facile solidarietà ma un forte parallelismo tra le loro esistenze; le accumuna da subito una forte rabbia che spinge le loro azioni e che le porterà su strade diverse. Questo legame sotterraneo tra le due ragazze si rintraccia in molti punti del film, dalla fabbrica agli abiti, dalla scomparsa della nonna alle paure.
La rabbia di Eva troverà un momentaneo sfogo nella scena e nel dialogo più forti del film, quando avrà finalmente l’occasione di un confronto doloroso e spietato con sua madre. Anna è un personaggio poco indagato, probabilmente perché il suo percorso è solo all’inizio ma che avrebbe meritato maggiore attenzione.

La regia di Coppola si contraddistingue per un impianto documentaristico di alcune scelte, come la volontà che ogni suono sia obbligatoriamente diegetico, provocando così alcune forzature nella sceneggiatura. Interessante invece la sua volontà di stare addosso ai volti delle ragazze, la macchina da presa si stringe in primi e primissimi piani e le segue da vicino in ogni momento.
Anche in questo caso si sente la volontà registica di far parlare la realtà, di voler fare un cinema che osserva, ma ciò in alcuni casi porta a un’eccessiva lentezza, in contrasto a momenti in cui addirittura sembra ci sia un buco di sceneggiatura.

Le ambientazioni scelte sono significative, con un paesaggio industriale che Coppola aveva già scoperto nel suo miglior programma televisivo Avere Ventanni (che ha reso chi aveva tra i 20 e i 30 anni, quando andava in onda, un suo sincero ammiratore).
Massimo Coppola è sicuramente un regista che ha qualcosa da dire, che potrebbe trovare una sua strada anche nel cinema non documentaristico ma che con questo film non ha ancora raggiunto l’obiettivo.