• Genere:Drammatico
  • Regia:Mehdi Dehbi, Lorraine Levy
  • Sceneggiatura:Noam Fitoussi, Lorraine Levy, Nathalie Saugeon
  • Cast:Jules Sitruk, Emmanuelle Devos, Areen Omari, Khalifa Natour, Pascal Elbé, Mahmud Shalaby, Marie Wisselmann
  • Distribuzione:Teodora film
  • Produzione:Rapsodie Production, Cité Films, France 3 Cinéma
  • Durata:105 min
  • Nazione e Anno:Francia 2012

A pochi giorni dall’uscita nelle sale cinematografiche italiane, la regista Lorraine Lévy presenta il suo ultimo film, Il figlio dell’altra, una storia drammatica e profonda che parte dalla scoperta sconcertante per due ragazzi – uno ebreo e l’altro arabo palestinese – di essere stati scambiati in culla 18 anni prima, ad Haifa.

Il caso viene a galla durante la visita per il servizio di leva nell’esercito israeliano di Joseph, che scopre di non essere figlio biologico dei suoi genitori, scambiato per errore con Yacine, un ragazzone ebreo palestinese che vive al di là del muro che separa i due popoli, nei territori occupati della Cisgiordania. Il caos è grande, soprattutto per i genitori, per i padri in particolare, legati alla tradizione e che tendono quasi a rinnegare i figli, vittime di una società da sempre in lotta fra loro. Ma sarà la potenza dell’amore materno e la stessa forza dei due ragazzi a stabilire un ordine nelle cose.

Intervistata da Coming Soon, la Lévy, francese ed ebrea, spiega come ne Il figlio dell’altra ci sia una forte nota di speranza, la volontà di non realizzare un film pesante, ma di gettare luce su di un evento che, nella sua drammaticità, è capace di far riflettere e porre delle domande. «Effettivamente molti si aspettano un’esplosione o qualcosa del genere alla fine, ma io non lo volevo – precisa la regista alla sua terza prova dietro la macchina da presa -. Nelle prime versioni della sceneggiatura, c’era effettivamente un attentato, ma io trovavo che fosse troppo scontato e prevedibile e non mi interessava. Trovavo più interessante al contrario restare dentro un’altra realtà, una realtà più interiore. Infatti ho voluto terminare il film sulla stessa immagine dell’inizio, ma rovesciata, perché i due ragazzi sono, anche visivamente, l’uno il rovescio della medaglia dell’altro. Perciò ho trovato questo finale più aperto, più leggero, più arioso. Non mi interessava affatto fare un film pesante, duro, serio, volevo che si potesse anche sorridere e ridere, che fosse come la vita».

Per la Lévy, la speranza per la risoluzione di un conflitto quasi ancestrale è nei giovani, gli stessi giovani che durante le riprese ha potuto conoscere, sia da una parte che dall’altra del muro, e che in entrambi i casi sono desiderosi di libertà. Fondamentale è anche la figura femminile delle madri all’interno de Il figlio dell’altra, perché «Quando le madri si alleano diventano una vera e propria forza politica. Quando succede questa storia, i padri hanno la sensazione di aver perso un figlio, mentre per le madri c’è un figlio in più, non un figlio in meno. Gli uomini sono molto più legati alla tradizione, a quello che i padri hanno loro trasmesso e che sentono di dover a loro volta trasmettere al proprio figlio, mentre le madri sono visceralmente attaccate alla vita e ai figli».

Un film ricco di emozioni, di immagini di famiglia che si sfaldano progressivamente per ricomporsi in maniera nuova, forse incerta, ma che punta tutto su di un rapporto che, seppur diviso dalle convinzioni religiose ed ideologiche, non cessa di esistere: quello fra una madre ed il proprio figlio.

Forte anche la critica alla religione, più che altro alla strumentalizzazione che l’uomo fa della propria fede e dell’idea stessa di Dio, un tema molto delicato, che non lesinerà critiche. Ma le religioni per la Lévy non devono essere un problema e dimostrazione ne è anche la scelta di servirvi di una troupe “mista”, formata da ebrei israeliani, arabi israeliani e arabi palestinesi