James Richardson, produttore della pellicola, confessa di essersi ispirato ai grandi film americani di danza degli anni Ottanta e di aver voluto provare a trasferire quel genere di consolidato successo in una ambientazione inglese.

Ovviamente se ripensiamo alla suggestione e alla qualità di prodotti quali Flash Dance, Dirty dancing o Footloose, il confronto non regge minimamente, e si rischia di rimanere delusi per gran parte della proiezione; tuttavia la storia di Jay e Carly, un’affiatata coppia di ballerini di strada, pur nella sua scarsa originalità, non manca alla fine di appassionare lo spettatore.

Dopo una durissima selezione, Jay e Carly riescono ad accedere alle finali del campionato “Uk street dance championships” e proprio quando sembra che stia per realizzarsi il sogno della loro vita, qualcosa si inclina, e Jay, in preda ad una specie di crisi mistica, abbandona la danza, lasciando la sua ragazza in un mare di guai. Carly però non si abbatte, e dopo le prime difficoltà riesce con grande determinazione a creare un gruppo sui generis, che contamina, inaspettatamente, danza classica e street dance.

La mediocrità del livello di recitazione e la banalità di gran parte del copione vengono tuttavia riscattate dall’ultimo quarto d’ora del film, che ribalta la monotonia del già visto e catapulta il pubblico in un vortice di luci, musiche e coreografie di grande impatto. Il 3D, utilizzato per la prima volta da un film inglese, aiuta molto, e insieme all’ottimo livello tecnico dei ballerini allontana il rischio di far scadere questa pur modesta pellicola in un prodotto trash.