Il regista e sceneggiatore  Im Sang-soo si cimenta coraggiosamente nel remake dell’omonimo film, considerato un classico della cinematografia coreana, diretto nel 1960 da Kim Ki-young, importante al punto da aver dato origine ad una celebre trilogia con Woman of fire (1971) e Woman of fire ’82 (1982).

Im Sang-soo, che vuole essenzialmente affrontare lo scottante problema della lotta di classe all’interno di una società ancora sbilanciata in difficili rapporti tra servi e padroni, si avvale questa volta, con felice intuizione, dello sguardo di Eun-yi per mettere a fuoco i problematici passaggi dell’intera vicenda. Sfruttando il cambiamento sociale avvenuto nell’arco dei cinquant’anni che separano la sua pellicola dall’originale, il regista coreano capovolge la prospettiva adottata da Kim Ki-young nel 1960, che aveva invece optato per  il punto di vista del padrone, descrivendone il suo senso di colpa e la sua paura. Ma ora, in una società orientale in cui l’alta borghesia è ampiamente consolidata, non c’è più spazio né per pentimenti, né per rimorsi: la frattura tra i ceti è sempre più profonda, e i ricchi se ne infischiano dei poveri. Perciò Eun-yi, la giovane governante assunta in una facoltosa famiglia, si trova ben presto al centro di una feroce vendetta, che diventa l’obiettivo del plot.

Eppure inizialmente la semplice ingenuità e la spontanea generosità della giovane domestica avevano conquistato tutti i membri della famiglia: la primogenita Nami, la vecchia governante (una bravissima Yoon Yeo-jeong), la bella e giovane padrona di casa in attesa di due gemelli, e il brillante signor Hoon (Lee Jung-jae). Le cose si complicano inaspettatamente quando Eun-yi comincia a diventare oggetto delle voglie sessuali del suo padrone, che lei asseconderà senza opporre molta resistenza, rimanendo alla fine incinta.

A questo punto si mette in moto la macchine vendicatrice, che coinvolge le donne di casa, le quali non vogliono assolutamente perdere i loro privilegi economici e il loro potere. Il film, che inizialmente aveva assunto i colori del mélo con forti toni erotici, vira bruscamente verso il thriller psicologico, sempre più inquietante e incalzante. La bellissima ed elegante villa, in cui si svolge gran parte dell’azione, è la perfetta ambientazione che esalta il formalismo, la convenienza e il conformismo dei rapporti e delle relazioni che legano i protagonisti, tutti responsabili di comportamenti al di fuori della legge e delle morale. Se il ruolo maschile di Lee Jung-jae risulta alla fine non del tutto convincente, troppo in bilico, com’è, tra dramma e autoironia, quello di Eun-yi conferma  lo straordinario talento di  Jeon Do-yeon, già rivelatosi a Cannes 2008 in Secret Sunsine di Lee Chang-Dong.