L’ultimo film del regista francese Xavier Beauvois racconta la drammatica vicenda dei religiosi rapiti e assassinati a Tibhirine, in Algeria, sulle montagne dell’Atlante, nel marzo del 1996.

Sull’episodio non è mai stata fatta abbastanza luce. Secondo una prima ipotesi, ad uccidere i monaci trappisti sarebbe stato un gruppo di integralisti islamici, all’epoca in azione per rovesciare il governo locale. Ma in un secondo momento venne fuori l’ipotesi di un errore fatale commesso dall’esercito algerino.

Il fatto di cronaca serve a Beauvois come spunto narrativo per affrontare nel suo film “Uomini di Dio”, i dilemmi che le vittime di quella strage devono aver affrontato nei giorni precedenti la loro uccisione.

Dare ascolto all’istinto comprensibile di mettersi in salvo, vista la situazione di estremo pericolo, o restare e mantenere fede alla propria missione.

Per riproporre in maniere efficace l’atmosfera sacrale nella quale erano immersi i monaci sulle montagne algerine, Beauvois mostra la loro vita puntando l’occhio della cinepresa sui ritmi lenti, sui gesti ripetuti, sull’austerità, che contraddistinguono la vita in un monastero.

Un po’ come nel documentario “Il grande silenzio” di Philip Groning, sullo schermo scorrono le immagini della vita monastica, i cui protagonisti sono immersi nella natura tra lavoro, canti e pasti, alternando la preghiera alle attività manuali e all’impegno per il prossimo, che riavvicinano i monaci al mondo profano.

Infatti, gli uomini di chiesa guidati dal priore Christian de Cherge’, interpretato dall’attore Lambert Wilson, vivono in perfetta simbiosi con la popolazione, che invece è di religione islamica. A questi, i frati rivolgono le loro cure e con essi recitano passi del Corano, testimoniando con la loro opera la dedizione della propria vita all’amore verso il prossimo, superando barriere culturali e religiose.

Un film sentito, che non si limita solo alla cronaca dell’eccidio, ma che indaga l’animo umano posto difronte a grandi dilemmi.