Il rinascimento italiano ebbe il suo maggiore esponente in Leonardo da Vinci, e “si parva licet” il neorealismo italiano lo ebbe nell’eclettismo di Vittorio De Sica.

Nato come attore brillante in compagnie di teatro di chiara fama, passò nello stesso ruolo al cinema in commedie leggere, sul genere dei “telefoni bianchi”.

I suoi duetti con Umberto Melnati, riproposti anni dopo da Ernesto Calindri e Franco Volpi, fecero epoca, come le sue interpretazioni ne “Gli uomini che mascalzoni”, “il Signor Max”e “I Grandi Magazzini”, solo per citarne alcuni.

Finita la guerra, felice fu il suo incontro con Cesare Zavattini, sceneggiatore, poeta e  immaginifico sognatore, che lo avvicinò a delle tematiche altrimenti differenti a quelle che erano nelle sue corde.

Da qui nacque la sua attività di regista che in breve tempo lo portò alla ribalta internazionale con “Sciuscià”, “Ladri di biciclette” e “Umberto D.”

Film che lo misero in disaccordo con una parte politica preminente dell’epoca, da cui venne accusato di mettere in piazza i panni sporchi di noi italiani del dopoguerra.

Accuse del tutto ingiustificate, mosse da qualcuno che preferiva occultare sotto il tappeto le nostre miserie, anziché trovarne le ragioni e rimuoverne le cause.

La carriera di Vittorio De Sica si snodò alternativamente a quella di attore; dirigendo con alcuni cenni autobiografici “L’oro di Napoli”, dal romanzo di Giuseppe Marotta, passando per il “Giardino dei Finzi Contini” tratto dal romanzo di Giorgio Bassani, e non dimenticando le incursioni nel teatro di Eduardo De Filippo, al quale si ispirò con “Matrimonio all’italiana”.

Nel privilegiare la coppia Mastroianni-Loren, De Sica non trascurò, anche per ragioni personali di ordine economico, di interpretare parti che rinnovarono e amplificarono lo splendore degli anni della sua gioventù.

Le interpretazioni del Maresciallo dei Carabinieri, Carotenuto Cav. Antonio, e del falso Generale Della Rovere, rimangono impresse nelle nostre menti e nei nostri cuori, unitamente al pubblico internazionale che lo apprezzò e lo premiò con ben quattro Oscar.

Immaturamente, all’ età di 73 anni, il male del secolo, se lo portò via a Neully sur Seine, lontano dalla sua natia Sora, dove era nato nel 1901, lasciandoci l’amaro in bocca per quello che avrebbe potuto ancora dare alla decima Musa.